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Approfondimenti

La relazione che cura
Ricerca 0 - 3 anni e implicazioni cliniche

di Ferruccio Cartacci

 Le attuali conoscenze sul bambino racchiudono “un potenziale che cambia il mondo, perché influiscono sulle nostre concezioni educative e sulla nostra visione dell’uomo” (Rodini,2000). È di questa rivoluzione che ci vogliamo occupare.
– La prima parte di questo articolo vuole avvicinare la ricerca 0-3 nei suoi termini storici e nei suoi principali contenuti.
– La seconda parte lancerà spunti di riflessione sulle profonde ricadute in campo terapeutico delle recenti indagini sui primi anni di vita del bambino, accompagnati da materiale tratto da setting psicomotori, nel tentativo di mettere a fuoco la posizione di privilegio che può assumere oggi lo psicomotricista nel campo della clinica dell’infanzia.

 The present knowledge of children contains “a potential that changes the world, because it influences our educational concepts and our vision of mankind” (Rodini 2000). This is the revolution that concerns us.
The first part of the article closely examines infant research from an historical point of view and and its major contributions.
The second part will provide a starting point for thoughts regarding the important implications for therapy that emerge from recent studies on infancy, along with clinical material from psychomotor settings, in an attempt to focus on the privileged role that a psychomotor therapist can assume in the clinical treatment of infants.

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INTRODUZIONE
L’attuale ricerca sullo sviluppo nei primi anni di vita ci coinvolge molto in quanto psicomotricisti e ci trova interessati per motivi diversi: in primo luogo a causa della profonda rivalutazione del corpo e del movimento nella costruzione dell’identità, poi per il riconoscimento dell’esperienza “implicita“ come luogo elettivo del cambiamento e per la centralità dell’evento interattivo e intersoggettivo, così nello sviluppo come nel trattamento terapeutico.
La prima parte di questa riflessione delinea un quadro estremamente sintetico della ricca indagine in atto e delle elaborazioni teoriche più accreditate. Nella seconda parte, che sarà pubblicata nel prossimo numero della rivista, a partire da un dibattito interno alla redazione, verranno esplicitate, con il corredo di esempi clinici, alcune delle principali implicazioni di questa ricerca nel setting terapeutico. Sarà ben gradito l’eventuale contributo dei lettori in questo “approfondimento”.

 PRIMA PARTE

La ricerca sulla primissima infanzia, condotta negli ultimi decenni dagli studiosi delle neuroscienze e delle scienze biomediche, accanto a filosofi e psicologi, non arricchisce solo la concezione dello sviluppo e i modelli di trattamento precoce, ma investe ed influenza l’intero discorso sul cambiamento in terapia, con pazienti di diverse età. Qui ci limiteremo a riferirci alla terapia infantile.
La precedente concezione di un soggetto che nei suoi primi anni di vita si emancipa lentamente dalla dipendenza assoluta e dal rapporto simbiotico con la madre, viene soppiantata da quella di un bambino precocemente competente alla comunicazione e predisposto alla relazione con il suo ambiente: il bambino e la madre si modellano reciprocamente “a partire da spinte motivazionali che regolano lo sviluppo a livello filogenetico e permettono l’organizzazione del sé” (Ligabue, 2004).

 “INFANT RESEARCH” E SUE ORIGINI

 Rispetto agli studi di Freud, il quale attingeva al materiale clinico dei suoi pazienti adulti, e alla metodologia adottata da Piaget, che osservò l’evoluzione dei propri figli, la ricerca ci ha offerto successivamente una profonda trasformazione nei metodi caratterizzata da tre fattori principali:
1. la svolta creativa nelle forme della ricerca sperimentale abbinata a processi inferenziali (si coniugano rigorosi dati sperimentali ed elaborazione di ipotesi sull’esperienza di sé, si integrano oggettività e “vissuto”);
2. l’attenzione introdotta da Wolff (1966) agli stati di inattività vigile del bambino e il superamento della esclusiva centratura sui momenti del pasto, del sonno e del pianto;
3. l’osservazione videoregistrata e la micro-analisi sviluppata particolarmente nell’ultimo ventennio da Stern e dai suoi collaboratori.
“Queste procedure – afferma Rodini (2000), al quale attingiamo principalmente per questa sintesi storica – hanno ampliato le nostre conoscenze su abilità insospettate dei bambini”. Fin dalla prima mezz’ora di vita  troviamo competenze sorprendenti, come la capacità del neonato di arrampicare fino al seno materno ed attaccarvisi, come la capacità di apprendimento dei bambini rilevata già nella vita intrauterina, o come quella resa nota da Mac Farlane (1975) per il quale il neonato a pochi giorni è capace di odorare e distinguere il latte materno da altri.
È negli anni sessanta che Sander (1962) centra la sua attenzione sul coinvolgimento momento per momento tra madre e bambino: in un periodo dove le rappresentazioni mentali del sé e dell’oggetto erano pensate ancora solo in termini simbolici e la ricerca era rivolta a campioni clinici in età superiore a quella dei processi mentali che venivano utilizzati, la decisa virata interattiva di Sander non era vista di buon occhio. Negli anni settanta lo studio dei processi normali dei bambini nelle loro età reali si afferma progressivamente e si utilizzano  metodologie osservative nuove. A partire dagli studi di Sander e dal suo modello interpretativo, che unifica e dà ordine alla quantità di dati che si stavano accumulando, nasce l’”Infant Research”.
Essa riconosce all’autoregolazione un ruolo privilegiato: il bambino cioè non è attivato dalla madre, ma da una primaria attività endogena che deve coordinarsi con quella materna. Il bambino, ricorda Rodini, ha una  motivazione intrinseca, è automotivato a scoprire le regolarità.
Inoltre si rileva che è l’esperienza interattiva a creare le connessioni neuronali. Si parla della relazione madre-bambino come di un sistema diadico bidirezionale: si riconosce cioè alla coppia una reciprocità. Si afferma la tendenza a considerare la mente come “relazionale”.
La rappresentazione mentale è considerata un processo e non più un dato fisso.
Superata la visione positivista delle rappresentazioni come copie dell’ambiente si afferma la posizione  costruttivista, per cui gli eventi sensoriali sono influenzati dai dati innati e dalle esperienze relazionali: l’esperienza viene costruita dal soggetto nella sua interazione con il mondo.
La reciprocità madre-bambino è confermata dalla microanalisi dell’interazione faccia a faccia, ma ben presto risulta chiaro dalle successive ricerche come il costante scambio madre-bambino non rappresenta di per sé garanzia di intesa all’interno della coppia. Gli studi di Tronik (1978) sul volto immobile conducono alla scoperta che la sintonizzazione è decisamente inferiore agli scambi che sono velocissimi e sono elaborati grazie ad un sistema di previsioni anticipate, di cui il bambino è già in possesso nei primi mesi di vita. La coordinazione assoluta non è condizione di buona intesa, come vedremo più tardi.

AUTOREGOLAZIONE
E INTERAZIONE DIADICA

 L’interazione viene considerata dagli studiosi dell’“Infant Research” come una co-costruzione della diade fatta di regolazione interattiva e autoregolazione:un “processo continuo, reciprocamente influenzato e costruito attimo dopo attimo da entrambi i partner” (Beebe e Lachmann, 2002).
Già Winnicot (1956) si esprimeva in questo senso: “Un neonato è qualcosa che non esiste (…). L’unità non è l’individuo bensì una struttura costituita dall’ambiente e dall’individuo. Il centro di gravità non parte dall’individuo, ma si trova in questa globalità formata dalla coppia”. Ma allora non era ancora abbastanza riconosciuto l’aspetto costruttivo dell’esperienza nella relazione primaria, la bi-direzionalità, la reciprocità, da cui si sviluppa l’attuale ricerca sulla prima infanzia.
L’autoregolazione dello stato individuale è una sorta di funzione di riequilibrio bisogno-soddisfazione di cui il bambino è dotato dalla nascita e che subisce un costante aggiornamento grazie all’esperienza.
La regolazione interattiva e l’autoregolazione si intrecciano in un continuo scambio. “Ogni comportamento è al tempo stesso comunicativo e autoregolativo” (Tronik, 1989). Alcuni bisogni richiedono prevalentemente una regolazione interattiva, come il cibo, che il bambino non sa procurarsi da solo; in altri, come la defecazione, prevale l’autoregolazione.
La regolazione interattiva non si discosta, a mio avviso, dall’idea di dialogo madre-bambino secondo Ajuriaguerra (1979) se non per il fatto che quest’ultimo, tra i diversi canali sensibili ed espressivi, ha dato centralità al tono muscolare nella sua doppia funzione fisiologica ed emozionale.
Per gli studiosi dell’”Infant Research” questa regolazione consiste nel confronto tra due stati individuali, quello della madre e quello del bambino: essa è fatta di sequenze di scambi reciproci a partire da aspettative di regolazione dei due: è necessario precisare che anche per il bambino, a pochi mesi di vita, “in ogni momento c’è la possibilità di organizzare aspettative di reciprocità, intimità, fiducia, speranza e riparazione di rotture, e di disconfermare aspettative rigide appartenenti al passato” (Beebe e Lachmann, 2002).
Ancor prima di quella ricerca di un riferimento privilegiato, protettivo, nella figura della madre, che è il vero e proprio processo di attaccamento, “la madre ha una funzione di regolazione della fisiologia e del comportamento emozionale del bambino” e il piccolo “è sospinto a cercare un membro della propria specie che lo sostenga nel modulare i propri stati emozionali” (Montirosso, 2004).
Nel contatto diretto, nello sguardo, nell’interazione faccia a faccia, nel perdersi l’uno nell’altro, nel sincronizzarsi, stanno le basi di tutta la futura comunicazione: queste forme di scambio vanno a modellare il futuro essere in relazione, la personalità del soggetto e anche il suo funzionamento neurologico.
L’esperienza della regolazione interattiva, come abbiamo anticipato nelle pagine precedenti, non è fatta solo di felici incontri madre-bambino, anzi la maggior parte dei micro-tentativi di accordo, sintonia, vanno a vuoto. Quindi l’interazione si compone di fasi di regolazione continua, di momenti di rottura e altri di riparazione: tra questi si distinguono momenti affettivi intensi positivi, come la realizzazione di una piacevole fusione, o negativi, come un distacco, una perdita.
In queste frazioni d’esperienza interattiva, in questi “momenti presenti”, come li chiama Stern (2005), avviene una significativa trasformazione di stato, a livello della percezione, della cognizione o dell’attivazione …tonico-emozionale, diremmo noi.
La ricerca, da parte del bambino, della vicinanza protettiva dell’altro come regolatore della propria emozionalità è un processo, quindi, che non si realizza solo attraverso momenti di sintonia, ma anche “attraverso momenti di riparazione successivi alle inevitabili occasioni di rottura relazionale”. “Le modalità con le quali la diade affronterà le innumerevoli occasioni quotidiane di rottura-riparazione forniranno il senso di unicità della relazione”. La disconnessione-rottura con l’altro ha un forte effetto confusivo, l’indisponibilità materna disperde la coscienza diadica, ma la possibilità di riparazione la arricchisce: “...affinché ci sia uno sguardo è necessario che un oggetto ‘ci sia’ e ‘non ci sia’, che scompaia e riappaia, poiché lo sguardo sull’Altro nasce dal recuperare ciò che dell’oggetto si è reso momentaneamente indisponibile” (Montirosso, 2004).
La regolazione delle emozioni, nelle due direzioni in cui si esprime, verso il partner e verso sé stessi, sembra fondare e integrare i diversi sistemi motivazionali che danno forma all’esperienza umana:attaccamento, accudimento, e più tardi agonismo, cooperazione, sessualità (Liotti, 1994). Essa caratterizza i primi 5/6 mesi di vita quando la fisicità e il movimento sono il terreno unico dell’esperienza di relazione ed è anche la base del successivo scambio intersoggettivo (6/18 mesi). Le variegate forme d’interazione esperite vengono interiorizzate: Stern (1987) parla a questo proposito di RIG (rappresentazioni interattive generalizzate) che sono gli elementi di cui sono costituiti i più complessi MOI (modelli operativi interni) di Bowlby (1988). Questi due concetti si basano su costrutti teorici diversi, ma riconducono alla assimilazione dello stesso processo che porta la coppia madre-bambino a realizzare sintonie più profonde, modulazioni intersoggettive basate sull’intimità psichica e sull’empatia.
Questo delicato passaggio dello sviluppo e in particolare la capacità di condivisione emozionale e di empatia è stata oggetto di numerosi studi anche in ambito neurobiologico. “Recenti evidenze empiriche suggeriscono che le stesse strutture nervose coinvolte nell’analisi delle sensazioni ed emozioni esperite in prima persona siano attive anche quando tali emozioni e sensazioni vengono riconosciute negli altri” (Gallese, 2004).
La capacità di comprendere l’altro, di sintonizzarsi con intenzioni ed emozioni altrui si gioca sul “palcoscenico” del corpo e dell’azione, per riprendere la metafora di Gamelli (2005). Sono i neuroni Mirror in particolare a realizzare questa affinità tra canali percettivi e stati diversi dell’esperienza, a permettere la funzione della “simulazione incarnata”, ad attivare quella “consonanza intenzionale” che “ci consente di riconoscere gli altri come nostri simili e verosimilmente rende possibile la comunicazione intersoggettiva ed una comprensione implicita degli stati mentali altrui” (Gallese, 2004). Questo radicamento dell’emozione, dell’immaginazione, del pensiero e perfino della coscienza nel corpo porta un altro studioso come Damasio a ribaltare il cogito ergo sum di Cartesio: “La coscienza inizia quando il cervello acquisisce il semplice potere di raccontare una storia senza parole che si svolge entro i confini del corpo” (Damasio, 1994). Così Gamelli (2005) riformula e valuta questa coraggiosa posizione di Damasio: “Intrecciando analisi neurologiche con analisi filosofiche raffrontate con molti casi clinici, il neurobiologo statunitense di origini portoghesi delinea i tratti di una inedita teoria della coscienza che affonda le sue radici nella rappresentazione del corpo; un approccio neppure immaginabile solo vent’anni fa nell’ambito degli studi delle neuroscienze, chine sui loro microscopi e poco inclini a confrontare gli esiti delle proprie indagini con gli interrogativi di carattere sociologico, formativo, letterario e politico posti dalle scienze dell’uomo”.

ATTACCAMENTO, ROTTURA,
RIPARAZIONE

Quindi sul complesso scambio regolativi madre-bambino e sulla sua interiorizzazione si fondano i processi di pensiero e la coscienza, ma anche gli stili relazionali del soggetto, in una parola la sua intera personalità, non in senso deterministico, ma in una tessitura e ritessitura soggetta a costanti aggiornamenti.Tutto questo percorso di costruzione del sé in un contesto interattivo, dalle prime regolazioni corporee fino agli stili relazionali adulti, è chiamato processo di attaccamento: le prime interiorizzazioni delle esperienze di attaccamento danno luogo, a partire dai 6 mesi circa, ai “Modelli Operativi Interni” cui abbiamo fatto cenno precedentemente. Gli stili di attaccamento, alla cui formazione contribuiscono sia predisposizioni genetiche che fattori esperienziali, influenzano tra l’altro profondamente lo sviluppo dei circuiti neuronali e la maturazione delle attività cerebrali (Siegel, 2001).
Riprendendo la classificazione derivante dall’ “Infant Strange Situation” (ISS: Ainsworth et al., 1978), la ricerca sulle reazioni del bambino all’ allontanamento/ritorno della figura di attaccamento durante il primo anno di vita, ricordiamo in sintesi i diversi stili di attaccamento individuati.
Un genitore che reagisce in modo pronto e adeguato ai segnali del bambino, amplificando gli stati emozionali positivi e facilitando il controllo di quelli negativi, riducendo l’impatto della paura, dell’ansia, della tristezza, permette la costruzione di uno stile di attaccamento sicuro (Siegel, 2001). Tra genitore e bambino si stabilisce un “allineamento di stati emotivi”, una sintonizzazione che rispetta i tempi con sé e i tempi con gli altri, una complessiva “risonanza mentale” (Trevarthen, 1993). Al ritorno del genitore, secondo le rilevazioni dell’ISS, il bambino si rassicura rapidamente attraverso il contatto, il dialogo, il sorriso.
Genitori invece emotivamente non disponibili e rifiutanti, inadeguati nei tempi e nelle forme delle risposte ai segnali di bisogno del bambino, contribuiscono fortemente alla formazione di uno stile di attaccamento insicuro evitante.Il bambino sembra ignorare il ritorno del genitore, non cerca la vicinanza e orienta lo sguardo altrove.
Genitori incostanti e incoerenti nelle loro risposte e tendenzialmente intrusivi possono formare nel bambino uno stile di attaccamento insicuro resistente e ambivalente. Il bambino resta turbato e ansioso al ritorno della mamma e si rassicura molto lentamente. Cerca il contatto, ma mostra contemporaneamente rabbia verso il genitore. Infine genitori che incutono paura o che sono loro stessi spaventati possono produrre uno stile di attaccamento disorientato e disorganizzato. Il bambino reagisce al ritorno del genitore con stati di trance, si procura stati di vertigine attraverso il movimento o resta come “congelato”.
Mary Main (George et al., 96) ha individuate un’efficace intervista per rilevare lo stile d’attaccamento dominante negli adulti, l’ “Adult Attachment Interview” (AAI). Tra i due strumenti di indagine si coglie una forte correlazione (Siegel, 2001): cioè genitori che a loro volta hanno consolidato in sé uno stile sicuro o insicuro o disorganizzato tendono con i loro comportamenti a trasmettere ai figli lo stesso stile. Questo mostra che anche per generazioni è possibile che si conservi una sostanziale stabilità e continuità delle forme di relazione, ma è altrettanto importante sottolineare come contesti emozionali diversi possono apportare modifiche anche radicali a queste caratteristiche.
Questa considerazione apre al campo della terapia, luogo privilegiato del cambiamento, e sollecita un approfondimento sui temi della rottura e della riparazione.
Riprendiamo la riflessione precedentemente accennata sul “buon coordinamento madre-bambino” e ribadiamo che esso è fatto non di una assoluta sintonia, ma di un giusto grado di accordo, che non esclude una grossa presenza di “errori interattivi”: il buon coordinamento prevede cioè una certa dose di disconnessioni e riparazioni all’interno della coppia con la frequenza altissima di pochi secondi l’una dall’altra. Gli aggiustamenti che vengono imbastiti per Montirosso diventano, per il bambino, occasioni di apprendimento socio-emozionale: “Le riparazioni sono una caratteristica tipica dell’ interazione” (Montirosso, 2004). Il bambino è capace di costruire strategie relazionali attraverso i linguaggi del corpo, come l’inibizione, la sostituzione, l’evitamento, la trasformazione, e apprende le regole implicite della relazione. Tale elaborazione non è attivata solo sul piano interattivo dalla ricerca della sicurezza, ma è anche ricerca di coerenza interna attraverso le funzioni autoregolative (Ligabue, 2004).
Così Montirosso riprende le ricerche di Beebe: “Un’elevata coordinazione (valutata a quattro mesi di vita del bambino) predice un attaccamento insicuro a dodici mesi: sia ansioso-resistente che disorganizzato. In questo caso (…) la madre e il bambino sono reciprocamente troppo vigili. In caso di perturbazione la diade risulta statica e può avere difficoltà a ricercare soluzioni e quindi ad evolvere. D’altra parte anche una bassa coordinazione predice un attaccamento insicuro:madre e bambino agiscono in modo relativamente indipendente.
In breve, la relazione è caratterizzata da scarsa coerenza ed eccessiva variabilità del partner, rendendo problematico l’agire congiunto nei momenti di perturbazione. È solo una coordinazione media che predice un attaccamento sicuro”.

 L’ESPERIENZA INTERIORE

 Abbiamo già constatato come il processo di interiorizzazione dell’esperienza è riscontrabile fin dai primissimi mesi di vita: esso è un potenziale presente alla nascita, che viene attivato dall’interazione e assume forme sempre più complesse con la maturazione del soggetto.
Le prime interazioni ricorrenti danno luogo a modelli che vengono rappresentati a livello presimbolico: già dal secondo mese si parla di rappresentazioni presimboliche rudimentali e solo alla metà del secondo anno si forma una vera e propria competenza simbolica, cioè la capacità di rievocare un oggetto fisicamente assente e riferirsi ad esso attraverso una forma convenzionale (Beebe e Lachman, 2002).
I tempi e modi di assimilazione e interiorizzazione dell’esperienza dipendono dalla regolarità-irregolarità del contesto, dalla continuità-discontinuità dell’esperienza, dalla coerenza-incoerenza delle interazioni primarie: cogliamo la complessa esperienza del neonato di fronte al mondo dalla precisa esposizione di Cassoni: il neonato “’scannerizza’ l’ambiente, in termini neuroscientifici ‘processa’ gli stimoli sensoriali che gli arrivano dall’esterno, per verificare che esista una condizione di sicurezza e solo dopo questa operazione attiva altre reti neurali deputate al godere di questi stimoli sensoriali. (...) In questa logica un bambino che ha la fortuna di crescere in un ambiente sufficientemente sicuro, tenderà comunque a processare gli stimoli sensoriali prima di goderne, ma non andrà alla ricerca del pericolo; parallelamente un bambino meno fortunato si aspetterà con quasi certezza di trovare pericolo”. Ci si avvicina al mondo con un pregiudizio, lo si osserva, potremmo dire, con “gli occhiali scuri”.
L’interazione quindi influenza l’autoregolazione e contribuisce alla formazione di uno stato sempre più coeso e complesso. Una regolazione positiva al pianto per esempio può contribuire alla creazione di una capacità di controllo, una regolazione negativa può favorire un vissuto di perdita di controllo: è la diade non l’individuo l’unità organizzativa e anche le rappresentazioni si riferiscono alla diade (Beebe e  Lachman, 2002).
Alla precoce competenza comunicativa si affianca una altrettanto precoce competenza di processing: una motivazione intrinseca ad elaborare l’esperienza, ad ordinare e classificare gli stimoli sulla base delle loro caratteristiche di ripetitività, somiglianza, congruenza, prevedibilità, a costruire prototipi e categorie a livello sensoriale e successivamente concettuale e linguistico.
Così si organizzano in un insieme coerente, unitario e integrato diversi pattern di attivazione di processi percettivi, tonici, emozionali, di memoria e risposte comportamentali, componendo un flusso di “stati della mente” (Siegel, 2001) che si alternano alla coscienza (anche a quella primitiva basata sull’esperienza implicita) in una logica figura- sfondo. In questo risiede l’originale presenza di ogni soggetto, la sua autenticità (o inautenticità). L’esperienza soggettiva è influenzata da fattori del contesto presente e da altri derivanti dalla storia dell’individuo. E la memoria, l’insieme dei processi usati dalla mente per registrare l’esperienza, garantisce il senso di continuità e permette la costruzione di processi narrativi. La ripetizione dello stimolo determina una accresciuta probabilità di attivazione di determinate forme di eccitazione ad esso collegate. Neuroni eccitati in contemporanea tendono a creare associazioni nella mente di tipo percettivo, sensoriale, semantico… Le immagini sedimentate possono essere rievocate, in assenza dell’oggetto reale, utilizzando gli stessi circuiti neuronali (ibidem). Abbiamo evocato, in quanto essenziali alla “processazione” dell’esperienza, le funzioni del cervello, il quale non è un semplice rielaboratore di contenuti: esso viene costruito e modellato dalla stessa esperienza interattiva.
 rapporti interpersonali facilitano o inibiscono la tendenza integrativa del cervello e nei primi anni di vita danno un contributo fondamentale nel plasmare le strutture di base. Il cervello che non si alimenta di esperienza va incontro alla morte cellulare (ibidem).
Dalle premesse poste, possiamo pensare la mente come un ampio luogo di scambio tra le funzioni del cervello e il campo dell’esperienza interpersonale: “La mente è intrinsecamente relazionale” (Rodini, 2000).

 CORPO ED EMOZIONE

 Con l’ultima riflessione abbiamo coperto, per così dire, l’intera mappa dell’esperienza, dalle prime interazioni alla costruzione della mente, ma ci restano da fare due sottolineature, per dar meglio conto dei nuovi orizzonti aperti dall’ “Infant Research”: quelle relative al concetto di memoria ed esperienza implicita e al ruolo dell’emozione.
Il concetto di memoria implicita “allarga il concetto di inconscio da luogo del rimosso a luogo del biologicamente non consapevole. Questo ci porta a ragionare in termini di lavoro con strutture e reti neurali che sono e resteranno al di fuori della consapevolezza indipendentemente dall’azione di meccanismi difensivi” (Cassoni, 2004).
“La memoria implicita è la prima forma di registrazione dell’esperienza, l’unica memoria possibile alla nascita e per i primi 24 mesi di vita, (…) si attiva con l’esperienza sensoriale, (…) contiene le basi di diversi apprendimenti, è una funzione plastica, capace di trasformazioni“. L’amigdala è il cuore della memoria implicita ed il centro emotivo del cervello, “si illumina a ogni esperienza”, con maggior o minor intensità e si attiva nell’arco di alcuni millisecondi a partire da uno stimolo sensoriale (ibidem).
Le predisposizioni biologiche e i primi modelli relazionali stanno alla base dell’esperienza implicita: essa è soggetta ad aggiornamento, è modificata dalle esperienze successive, anzi è il luogo privilegiato del cambiamento.
Il corpo, l’azione, l’interazione, quindi l’esperienza non verbale, le interazioni primarie sono terreno di radicamento per le funzioni della mente. “Contrariamente alla visione tradizionale che considera le rappresentazioni simboliche alla guida del comportamento sociale, la prospettiva del livello di percezione-azione o procedurale sostiene che il controllo del comportamento sociale è fuori della consapevolezza, poggia sulla relazione organismo-ambiente, che ha insita l’informazione sufficiente a strutturare l’azione” (Rodini, 2000).
Bisogna ricordare un’altra caratteristica della memoria implicita: essa “è sempre memoria affettiva, nel senso che è determinata e determina la qualità emotiva dell’esperienza”. Il processo di registrazione e interiorizzazione implica delle funzioni valutative e sono le emozioni a svolgere questo ruolo di fondo: valutano cioè le esperienze come più o meno importanti. Un bambino può eludere la registrazione di stimoli a bassa intensità o difendersi da stimoli troppo intensi e questo “giudizio” può bloccare o modificare alcuni funzionamenti neurologici e influenzare il futuro modo di processare gli stimoli (Siegel, 2001).
Lo stesso autore ci illustra come si svolge questo processo valutativo. Ad uno stimolo il bambino emette una risposta orientativa iniziale che attiva meccanismi non consci di allerta e attenzione emotivamente neutre. È successivamente che entrano in gioco le risposte emotive nella forma di arousal, tensione, flussi di energia, attivazione-disattivazione di circuiti, differenziazione degli stati della mente… Il soggetto, orientato dalle esperienze precedenti, seleziona sulla base del binomio piacere o dispiacere.
Su questa base viene elaborata una risposta in termini di azione. Questo processo richiama fortemente i termini del “ciclo del contatto”, elaborato dalla Psicoterapia della Gestalt (Clarkson, 1992).
Se il piccolo ha superato i cinque-sei mesi, la sua risonanza allo stimolo non si limiterà all’espressione di emozioni primarie indifferenziate (gli affetti vitali di Stern), ma attiverà stati della mente ben definiti (emozioni discrete o categoriali come la tristezza, la gioia, la rabbia, la paura, la sorpresa…). Successivamente potrà controllare la propria risposta emotiva e dissimulare i propri stati d’animo aprendosi ad una nuova articolazione del sé: pubblico e privato.
Le emozioni non fungono solo da selettori di stimoli, ma hanno anche una importante funzione nell’attribuzione di senso e nello sviluppo dei processi di elaborazione più astratti, oltre che nella costruzione dell’identità. La funzione emotiva porta a flessibilità e capacità di produrre risposte nuove.
Infine sono i processi emozionali a compiere quella opera di collegamento semantico tra azioni vissute, azioni percepite, azioni simulate, azioni pensate… che rappresenta la base dell’empatia e dell’immaginazione.
È più facile guardare quello che fa una persona più che chiederle risposte verbali.I suoi stati interni sono riconoscibili attraverso mimica, tono e cadenza della voce, postura, movimento...
In conclusione le emozioni svolgono un ruolo centrale nell’intero processo di integrazione del sé tra mondo interno e mondo esterno.

La seconda parte di questo articolo verrà pubblicata sul prossimo numero di “Psicomotricità”.

 BIBLIOGRAFIA

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– Ajuriaguerra J. De, Manuale di psichiatria del bambino, Masson, Milano 1979.

– Beebe B. et al., Systems Models in Development and Psychoanalysis, “Infant Mental Health Journal”, 21(1-2), 2000, pp. 99-122.

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– Liotti G., La dimensione interpersonale della coscienza, NIS, Roma 1994.

– Mac Farlane J., Olfaction in the development of social preferences in the humane neonate, in Hofer M. (Ed.), Parent-infant interaction,Elseviere, Amsterdam 1975.

– Montirosso R., Oltre la sintonizzazione affettiva, in “Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane”, n. 41, Ed. La vita Felice, Milano 2004.

– Rodini C., I risultati dell’Infant Research e la terapia psicoanalitica degli adulti, Atti del primo congresso OPIFER, Milano 2000.

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– Tronik E. Z., Le emozioni e la comunicazione affettiva nei bambini, in Riva Crugnola C., (a cura di) La comunicazione affettiva tra il bambino e i suoi partner, Cortina, Milano 1999.

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