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Recensione Psicomotricità 48Ferruccio Cartacci
Movimento e gioco al nido
Proposte di interazioni sensibili con bambini da 0 a 3 anni
Trento, Erickson, 2013
L’autore, formatore di diverse generazioni di professionisti in ambito socio-educativo e sanitario, racchiude in questo libro la sua lunga esperienza professionale e le sue ricerche sulle potenzialità educative della psicomotricità. «Esploratore» intuitivo e curioso nel campo della pedagogia del corpo, da tempo propone un’integrazione dell’ambito psicomotorio con diverse forme esperienziali, dove la tradizione teatrale, insieme alle metodologie di espressione corporea e alle pratiche tratte da tradizioni culturali anche remote, divengono occasione di approfondimento delle possibilità di cura e di formazione.
Questo libro non è da intendersi come un testo specifico sulla storia dell’istituzione Nido. Il Nido e qui considerato come un luogo di sperimentazione di idee e suggestioni pratiche attorno all’esperienza 0-3, come
matrice di tutta l’esperienza umana. L’ipotesi principale del libro rimando alla fondamentale importanza dei primi anni di esperienza del bambino nella formazione dello sua personalità. La «ghianda» racchiusa nel suo involucro protettivo fin dalla nascita viene man mano a manifestarsi e a interagire con l’ambiente in tutto l’arco della vita umana.
Nel testo prendono voce anche gli aspetti relativi all’importanza della vita prenatale (a partire dagli studi di Milani Comparetti) e dell’evento nascita. Le frontiere della conoscenza sulla mente del bambino si sono da tempo ampliate, aiutandoci a comprendere come fin dalla nascita e, ancor prima, dalla vita intrauterina si instauri una comunicazione intersoggettiva in forma «musicale» fra madre e bambino. Gli studi di Stern, cui l’autore principalmente si riferisce, hanno sempre più portato a focalizzare l’attenzione sul patrimonio di conoscenza giù presente nel bambino. E l’osservazione attenta del bambino che consente all’adulto di divenire consapevole che è principalmente attraverso l’attivazione del corpo che il piccolo conosce il mondo e si relaziona. In questa fascia di età il bambino «è un corpo» e fonda la sua esperienza sul sentire del corpo.
Nel testo appaiono chiare alcune linee di tendenza che divengono possibili attitudini educative. In primo luogo s’individua la necessità di disporsi in una dimensione di ascolto, senza anticipare e sostituirsi ai bambino, evitando di sovrastimolarlo e di avviarlo verso una precoce adultizzazione.
Cartacci rivolge l’attenzione anche all’importanza della regolazione di tensioni ed emozioni nel rapporto con il bambino. Questa attitudine relazionale consente la realizzazione di un’»educazione indiretta», che predispone le condizioni e gli spazi per il bambino attraverso un ambiente «facilitante», ove l’adulto educatore appare come un regista della scena esplorativa. La centratura sulle dinamiche interattive tra il bambino e l’ambiente è al centro dell’attenzione dell’autore. Come predisporre uno spazio che faciliti i processi conoscitivi e affettivi mediati dal corpo del bambino è la costante preoccupazione che attraversa il testo, In particolare, il passaggio dall’esperienza protosimbolica a quella simbolica viene indagato in maniera peculiare, facendo propria la tesi che l’autonomia del bambino deriva dal suo «diventare padrone» dell’intero processo simbolico della conoscenza, che allarga progressivamente i significati del suo essere al mondo. E proprio grazie al sostegno che l’adulto «regista» e «facilitatore» può dare al bambino, con la sua presenza e la sua attenzione agli spazi di esperienza, che può generarsi quel senso di autentico «piacere di conoscere» che costituisce il cemento unificante delle svariate esperienze psicomotorie del piccolo.
Nel testo l’autore si rivolge al personale educativo che lavora nei Nidi e a insegnanti e educatori di altre fasce di età, che possono meglio comprendere il bambino a partire dalle esperienze corporee e affettive primarie.
Con indubbia maestrìa e semplicità, nella parte teorica, volutamente inserita nell’ultima parte del testo, Cartacci rimanda a un concetto fondamentale della psicomotricità, quello del dialogo tonico, che ogni educatrice e insegnante può scoprire e riscoprire nel momento in cui attiva un rispecchiamento delle produzioni non verbali e verbali del bambino.
L’autore inoltre considera la formazione corporea dell’adulto educatore come un luogo di conoscenza, cambiamento e trasformazione, ambito privilegiato ove vivere e rivivere le proprie esperienze autentiche e primordiali. A tale proposito negli ultimi capitoli del libro presenta alcune «frontiere» della ricerca psicocorporea: il teatro, la clownerie, la danza... fino all’esperienza del dialogo terapeutico.
Cartacci considera importante non solo il «saper fare», ma soprattutto il «saper essere» dell’adulto educatore, che necessito di un continuo contatto con il proprio «stare nel corpo», per tenere viva la particolare sensibilità ai messaggi della comunicazione non verbale, al rispecchiamento emozionale e al decentramento empatico nei confronti del bambino, vero maestro ditali linguaggi.

di Nicoletta Riva
TNPEE e Counselor in Psicosomatica Ecobiopsicologica

Edizioni Centro Studi Erickson

 

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