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Libro recensito 35Daniela Anziliero
Il gesto racconta
Come "danzare una storia" con il malato psichiatrico adulto: il vissuto corporeo e la simbologia del movimento
Pisa, Del Cerro, 2008 

La lettura de "Il gesto racconta" di Daniela Anziliero induce, in chi ha seguito il precedente testo "I miei passi dicono di me", un’impressione positiva di continuità nel lavoro e permette anche di proporre alcune considerazioni che vanno oltre l’apprezzamento, già espresso, per questo impegno.
La trama portante dell’intervento sono gli «esercizi», proposti per un risveglio della corporeità dall’ottundimento della malattia. Essi si muovono sul piano propriocettivo e relazionale allo scopo di recuperare sensazioni corporee ed emotive (peso, centro, confini corporei, contrasti di apertura-chiusura, energia traffenuta e liberata, affidamento all’altro e così via), impedite e negate dal gravare del male di vivere. «I miei ragazzi» dice in sostanza la terapeuta «sono schiacciati e negati dalla loro condizione di malattia del vivere, lo provo a tirarli fuori con gli esercizi». Questi sono proposti con un atteggiamento affento e partecipe, un prendersi cura che certo non difetta.
Inoltre è illustrata una narrazione di gruppo, documentata dall’evoluzione dei disegni dei partecipanti e da una realizzazione espressivo-corporea in parte visibile nel DVD allegato. Ciò che si vede (oltre all’intervento dell’autrice al convegno Il corpo assente organizzato dall’ANUPI a Milano nel settembre 2007) è parte della realizzazione di una favola i cui passaggi convergono verso un buon fine terapeutico e segnano emozionalmente un percorso di uscita dai blocchi pesanti della malattia. L’esperienza ormai pluriennale documentata in questi testi, certamente positiva per coloro che ne hanno usufruito, suggerisce di avanzare qualche considerazione più ampia. La prima è un auspicio: che la proposta psicomotoria possa estendersi sempre più oltre l’età evolutiva, in quanto non vi è differenza di principio e di efficacia tra approccio infantile e adulto, quando vi sono chiarezza e coerenza su ciò che si intende per psicomotricità. Ma l’intervento con persone adulte sembra ancora necessitore di confronti di esperienze e di riflessioni per non rischiare di essere sedotti da echi «reichiani», da tentazioni di infantilizzazione, da scivolate verso l’animazione o verso una «espressività» enfatizzata.
L’esperienza psicomotoria maturata in questi decenni ha permesso di andare un po’ oltre la fiducia in una liberazione in quanto tale dai blocchi corporei:
abbiamo constatato che non è la liberazione dell’energia, ma è la presa di senso che si instaura con il coinvolgimento tonico-posturale a essere decisiva per superare abitudini ripetitive e dolenti. Si può anche proporre una considerazione relativa alla narrazione: i gesti, i passi non raccontano di per sé — almeno quando il raccontare non mira al compimento di un oggetto estetico. Certamente esprimono una presenza e uno stile di adattamento. Se con il narrare si intende porre rimedio a un disagio, attraversandone i punti nodali emotivi, allora la narrazione si fa tutt’uno con l’ascolto: si tratta di instaurare una co-narrazione allo stesso modo in cui in psicomotricità parliamo di azione come inter-azione in cui i partecipanti non sono guidati da una proposta, ma ci mettono qualcosa di loro, che si integra con l’apporto di chi fa la proposta. Occorre, infatti, evitare il rischio dell’animazione.
I riferimenti di Daniela Anziliero a Trudy Schoop sono molto partecipati. Chi ha avuto la fortuna di conoscerla e di lavorare con lei trova nella testimonianza di questo lavoro tratti del suo messaggio. Trudy era così artista — la danza e poi la pantomima furono i suoi ambiti di eccellenza tecnico-corporea — e così «umana» da essere irripetibile nella capacità non solo di cogliere il disagio dell’altro, ma anche di «tirarlo fuori» imitandolo, restituendolo all’altro come ancoraggio per affrontare insieme un cammino per uscirne. Ciò avveniva anche mettendo in atto una dolcezza «caricaturale» che arrivava dritta a porgere una mano per tentare un percorso di uscita dagli inferi: il dialogo anche «caricaturale» marcava la giocosità di un percorso comune.
L’appello a una simbologia del movimento (non sembra che sia di riferimento il libro del 1978 di A. Lapierre e B. Aucouturier) come possibilità di realizzare «percorsi simbolici del gesto» per arrivare a una struttura profonda meriterebbe qualche approfondimento. Quando si dice che «lavorare» per «simbologia» significa ad esempio cercare di ridare vita a braccia e mani che non riescono a farsi largo nella foresta angosciata del vivere, si è all’interno di una relazione metaforica, con cui ci si comprende suggestivamente tra operatori. La simbologia intesa metaforicamente può essere un modo personale di raccontare ciò che si vede, ma non è detto che coincida con il vissuto dell’altro. Essa — almeno fin qui siamo arrivati a comprendere in ambito psicomotorio — consiste, non solo etimologicamente, in un ricongiungimento tra parti separate del Sé o della relazione Sé-altro. Già Freud ne parlò così. Per fare un esempio, un osservatore psichicamente condizionato potrebbe leggere nel camminare ondivago di una persona la presenza di fantasmi interiori collegati all’immagine di una sirena. In psicomotricità, se si dovesse lavorare sulla «sirenità» di quella persona, si dovrebbe non solo abbandonare immagini evocative di questo tipo, ma cercare di sintonizzarsi tonicamente con le modalità di quel camminare, e tentare un dialogo né adesivo né dominato da immaginazioni in modo che nell’interazione possano emergere sensi nuovi e inaspettati e con essi nuove formulazioni dell’assetto tonico-posturale. In questo senso la psicomotricità, anche quando si rivolge agli «strati» più soggettivi e irripetibili di una persona, non è mai interpretativa. Ciò detto, dopo avere forse abusato un po’ dell’occasione offerta dal lavoro di Daniela Anziliero, non rimane che riaffermare, anche in virtù del suo impegno, che l’approccio corporeo è in grado di mobilizzare e di far evolvere blocchi di sofferenza relativi al modo di essere al mondo delle persone. Inoltre, in questo lavoro come nel precedente, compaiono interventi puntuali e approfonditi di vari operatori psichiatrici che sono a contatto con la sua pratica. Questa coralità tra operatori che condividono un’esperienza di cura è un bell’esempio delle risorse vitali che si attivano quando si riesce a mantenere e coltivare un approccio non frammentario all’esperienza delle persone.

di Giovanni Chiavazza

Edizioni Centro Studi Erickson

 

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