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Recensione NicolodiGiuseppe Nicolodi
IL DISAGIO EDUCATIVO
ALLA SCUOLA PRIMARIA

Milano, FrancoAngeli, 2011

Dopo aver affrontato le caratteristiche delle varie forme di disagio al nido e alla scuola dell’infanzia nella pubblicazione del 2008, Nicolodi sposta l’obiettivo sull’ampia panoramica che le forme del disagio assumono nella scuola primaria, per regalarci un album fotografi co di immagini nitide di tante situazioni quotidiane in cui ogni insegnante può riconoscere una moltitudine di piccoli visi e corpi cui si è trovato di fronte.
Un album che per grandi quadri mostra i principali colori, le scene, le pose e i ritratti delle forme che assume il disagio. Vengono presentate tutte quelle situazioni in cui il problema che il bambino porta non sempre è riconducibile a una «diagnosi», ma incide fortemente sia sul soggetto che sull’istituzione. Gli insegnanti, di fronte all’aumento dell’incidenza di queste manifestazioni e alla limitatezza delle risorse a disposizione, sviluppano frequentemente vissuti di impotenza, delega e/o distanza che non contribuiscono all’effi cacia del loro ruolo educativo.
Il testo sottolinea invece come la funzione educativa, di un docente formato all’ascolto e attento ai messaggi inviati dal bambino, possa diventare un’importante risorsa in risposta al disagio infantile. L’autore parte analizzando la situazione storico-socio-culturale dell’istituzione educativa ed evidenzia lucidamente alcuni passaggi critici che la scuola, la famiglia e la società hanno vissuto negli ultimi anni, individuando così un terreno fertile su cui le varie forme di disagio infantile e educativo hanno potuto attecchire e proliferare.
L’autore propone la distinzione fra due forme di disagio: infantile e educativo. Con il primo si fa riferimento al disagio legato alle situazioni di malessere spesso non segnalate o segnalabili e, quindi, diffi cilmente riconducibili a un quadro diagnostico preciso, che sono sempre più frequenti nei nostri contesti scolastici; con il secondo ci si riferisce, invece, alla modalità con cui l’adulto riceve la sofferenza portata dal bambino e reagisce ad essa.
L’analisi di Nicolodi evidenzia come i cambiamenti avvenuti a livello storico, sociale e culturale abbiano portato la scuola a trovarsi impreparata e spiazzata nel ricevere un bambino mutato nel tempo anche nel suo modo di raccontarsi. Ecco allora che il modo stesso di esprimere un bisogno o una sofferenza, talvolta anche profonda, fi nisce con il cadere fuori dallo spazio mentale che l’istituzione si è data per accogliere l’utenza a cui è rivolta. La proposta del testo è proprio quella di fornire un momento di rifl essione su come possa essere strutturato e ripensato questo spazio di accoglienza in termini di messa in atto di strategie educative che prevedano una serie di considerazioni sugli aspetti teorici, pratici, istituzionali e metodologici che fondano il senso del fare scuola oggi.
L’autore assume l’ottica educativa di tentare un approccio che, da una parte, non trascini l’istituzione all’interno del problema, dentro il disagio, e non deleghi ad essa il compito di supplire a esigenze di tipo clinico e, dall’altra, porti invece a interrogarsi sulle modalità attraverso le quali la scuola possa rendersi efficace o più efficace nel rispondere ai bisogni dell’infanzia.
Nella ricerca di opportune strategie di intervento, Nicolodi propone anche l’attivazione di laboratori di psicomotricità come spazi di prevenzione e luoghi di osservazione privilegiata dei bambini. Gli spunti che il testo offre vanno soprattutto nella direzione di stabilire come la scuola possa costruirsi in spazio di accoglienza, sia mentale che fisico, e di ascolto dei messaggi che i bambini inviano attraverso il loro disagio.

di  Lucrezia Bravo (Psicomotricista e TNPEE, Milano) e
Monica Ottone (Pedagogista e psicomotricista, Milano)

Edizioni Centro Studi Erickson

 

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