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Editoriale

Ricordando Giovanni Bollea…
di Andrea Bonifacio - Presidente ANUPI


Nel primo anniversario della morte del Professor Giovanni Bollea vogliamo ricordare un uomo che, con il suo pensiero e la sua attività clinica, ha contribuito in modo fondamentale alla nascita, allo sviluppo e al consolidamento della neuropsicomotricità in Italia. Oggi più che mai, comunicando e condividendo la sua opera con le nuove generazioni di colleghi, ne percepiamo tutta la forza e l’inestimabile valore.
Questo numero della rivista esce dopo il nostro VII Congresso Nazionale e voglio ricordare che proprio nel 2008 a Genova, durante i lavori del precedente consesso, abbiamo avuto l’onore di presentare un’esclusiva intervista di Eugenio Ghillani al Professor Bollea,1 ascoltando dalla sua viva voce alcuni passaggi di una lunghissima avventura scientifica, umana e professionale. Gli articoli a lui dedicati vogliono raccontare quegli anni, in cui l’intreccio delle sue posizioni e intuizioni con le realtà scientifiche e culturali italiane ed europee ha costituito il terreno fondativo dal quale progressivamente si è evoluta e affermata la psicomotricità nel nostro Paese. L’efficace ricostruzione storica presente nell’articolo di Pfanner e Marcheschi ci permette di valutare l’influenza dell’opera del Professor Bollea nell’indirizzare il successivo pensiero riabilitativo, nel senso di considerare movimento e azione come organizzatori fondamentali dell’unità bio-psico-sociale dell’individuo. Il suo continuo appello a considerare sempre l’unità, l’unicità e la globalità del soggetto si è coniugato con una costante attenzione verso la validazione scientifica di queste affermazioni. Ricordo personalmente i suoi moniti, verso i giovani psicomotricisti, a giustificare sempre scientificamente le proprie affermazioni e procedure d’intervento. Rammento il suo enorme interesse per le specifiche caratteristiche formative dello psicomotricista, da lui sempre sostenute: la dinamica tra formazione pratica, teorica e personale era al centro del suo pensiero sulla psicomotricità. L’articolo di Mion è utile per apprezzare il contributo del Professor Bollea all’affermazione del concetto di corpo-persona anche nella scuola e nella formazione, in una fase culturale, come quella a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, scossa da mutamenti impressionanti soprattutto relativamente alla rappresentazione del femminile e dell’infanzia. L’introduzione del pensiero e delle pratiche psicomotorie nella realtà scolastica, in quella fase pionieristica, ha prodotto giudizi e valutazioni che oggi farebbero sorridere; il sostegno di Bollea e di altri è stato indispensabile agli operatori che hanno lavorato per promuovere un significativo cambiamento anche in quel settore. Penso che oggi nella scuola e nella società sia urgente e necessario riprendere molti dei concetti formulati o sostenuti da Bollea come garanzia dell’unità della persona, a sostegno di una fragilità e problematicità dello sviluppo sempre più tangibili. Come Presidente dell’ANUPI voglio infine ricordare quella parte di storia che riguarda la nostra Associazione, da lui fortemente voluta, come garanzia e spinta per un riconoscimento della professione e dei professionisti. All’inizio degli anni Ottanta formulò la proposta di istituire una Commissione Nazionale che riunisse, in un unico Tavolo Tecnico, tutti i Responsabili delle allora Scuole Private di Psicomotricità, allo scopo di armonizzarne la durata e concordare alcune procedure comuni riguardanti il piano di studi e il percorso che avrebbero dovuto seguire i futuri psicomotricisti. Questo primo passo si formalizzò il 5 aprile 1985 a Roma, presso l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile da lui diretto. Sempre lui, in occasione del Convegno Nazionale di Psicomotricità tenutosi a Salsomaggiore nel 1987, comunicò l’approvazione dello Statuto e la nomina del Comitato Direttivo della prima Associazione degli Psicomotricisti Italiani, l’ANUPI, che nacque ufficialmente proprio in quell’anno.  Per raggiungere questi obiettivi il Professor Bollea ha sempre sostenuto il sapere psicomotorio nel nostro Paese, aprendo la partecipazione italiana ai congressi internazionali: fu, infatti, proprio lui a organizzare il Primo Convegno Nazionale di Psicomotricità a Salsomaggiore nel 1981, seguito da quello Internazionale nel maggio del 1982 a Firenze. Fu un evento scientifico estremamente significativo, forse il più importante nella storia della psicomotricità, non soltanto italiana; un’occasione determinante non solo per fare il punto della situazione sui progressi e la qualità della ricerca psicomotoria nel mondo e nel nostro Paese, ma anche per l’aprirsi di un confronto scientifico, teorico e soprattutto politico-istituzionale, ancora in corso, che andava a porre le basi di quella che sarebbe diventata nel tempo una professione riconosciuta e centrale nel panorama italiano della prevenzione, riabilitazione e cura in età evolutiva. Nei decenni successivi l’azione di Bollea si è dovuta confrontare con le molteplici criticità e trasformazioni nel panorama culturale, scientifico, politico e normativo, che hanno portato la storia a scrivere nuovi capitoli difficili e, al tempo stesso, ricchi di potenzialità. Abbiamo ritrovato il suo discorso di chiusura del Congresso di Firenze, che rimane una pietra miliare nel nostro percorso. Ve ne riportiamo una sintesi, per permettere di cogliere la pregnanza e il livello dei contenuti, l’attenzione a ricomporre sempre una visione unitaria nella ricchezza della complessità e delle sue componenti, nel rispetto di quel bambino soggetto della sua esperienza corporea. È parte della storia del pensiero riabilitativo-educativo italiano, è l’inizio del cammino che, in momenti diversi, abbiamo condiviso, nel quale ci hanno affiancato molti preziosi compagni di viaggio, che ci hanno permesso di confrontarci sulle strade possibili. Il mio pensiero va a Eraldo Berti, insostituibile viaggiatore che ci ha lasciati da poco. Queste prime tappe ci permettono di sentire questo «ieri» non fermo nel calendario del tempo, ma in una sua attualità pregnante, nella quale condividere le proprie radici incarnate.

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