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Editoriale

Congresso Internazionale di Psicomotricità (Firenze, maggio 1982)
Relazione conclusiva di Giovanni Bollea
a cura di Eugenio Ghillani

Un congresso riesce quando non risolve, ma individua meglio le problematiche di un settore, quando arricchisce il partecipante di suggestioni, di dubbi, di incertezze, attiva i desideri di approfondimento, lancia dei flash chiarificatori, suggerisce molteplici spunti di riflessione. Cercheremo ora di fare alcune brevi considerazioni conclusive.  Si è discusso, in vari contributi, sulla formazione iniziale dell’identità, del Sé. È un settore in cui abbiamo avuto la maggiore ricchezza di neologismi nello sforzo di chiarificare meglio i concetti visti da un’ottica nuova. È prevalsa nettamente la teoria interattiva come base dello sviluppo e della creazione della propria identità. Il processo ontogenetico è dominato dal principio universale dell’adattamento: il feto porta avanti il suo programma genetico, ma in costante rapporto dialettico con l’ambiente uterino; dà, riceve, propone, si trasforma. È una vera processualità interattiva: così il neonato progredisce attraverso meccanismi silenziosi interattivi con la madre.
Studiare le diverse possibilità di holding (feto-madre, neonato-madre, bambino-genitori) permette di vedere come lo psichismo emerga dall’organico, come l’identità fisica raggiunga la consapevolezza e diventi l’identità propriamente detta, diventi il Sé, come lo stile motorio diventi psichico. Si giunge, così, all’individuazione, alla persona. La stimolazione del bambino verso la madre e della madre verso il bambino, l’alternanza di turno, la sincronia e reciprocità, il processo di significazione costituiscono la struttura di quella comunicazione non verbale che, ormai in linea con gli studi più recenti, costituisce un sistema autonomo basilare per lo sviluppo dell’identità del neonato ed è in grado poi, osservando, ad esempio, soggetti con disturbi dello spettro autistico, di coinvolgere significati altrettanto complessi quanto la comunicazione verbale.  Attorno a questo canovaccio, molti sono stati i contributi tendenti ad analizzare come in questa evoluzione il motorio e l’affettivo si intreccino nel processo di individualizzazione. Ogni corpo ha la sua storia. Ogni corpo è un’unità con tante sottounità che servono a relazionarsi con il mondo esterno. L’equilibrio psichico che raggiunge le sue finalità, il suo ritmo, deve avere o deve riprendere la sua struttura temporale, ciclica e sequenziale che aveva nell’holding neonato-madre, e che armonicamente gli aveva permesso di muoversi, agire sulla realtà, esprimere le proprie emozioni, verificare la realtà esterna. Sono contributi teorici che, se desideriamo dare loro una paternità, si ricollegano all’ultimo Piaget, a un nuovo neowallonismo, all’ultimo Vygotskij, alle nuove tecniche strumentali di osservazione e all’interpretazione della via fetale. Ma l’importante per noi è l’affermazione che ne deriva e che dimostra ulteriormente come l’uomo, semplicemente, «è» il suo corpo. Non esiste l’uomo e il suo corpo, ma il corpo contenitore del Sé, strumento conoscitivo e operativo.

Edizioni Centro Studi Erickson

 

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