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Editoriale

Giovanni Bollea, maestro e nume tutelare
di Cinzia Mion

Negli anni Sessanta, quando parlare di corpo e di psicomotricità poteva sembrare azzardato, c’era un professore di neuropsichiatria infantile che in Italia aveva dato credito a un’attività che in Francia già de Ajuriaguerra e i suoi collaboratori avevano ricoperto di nobiltà teorica, cercando di conciliare i saperi della psichiatria, della neurologia e della psicologia infantile. Pensiero e intuizioni che alcuni rééducateurs cercavano di realizzare nella pratica, attraverso un travail sur la motricité, avendo a cuore lo sviluppo psico-affettivo e socio-relazionale dei bambini, oltre a quello fisico-motorio.
Il professore era naturalmente Giovanni Bollea, all’epoca già direttore dell’Istituto di Neuropsichiatria Infantile di via dei Sabelli a Roma e curatore della collana medico-psico-pedagogica della casa editrice Armando. L’attività era la psicomotricità… Scrivere un articolo su Giovanni Bollea: questa la richiesta che mi è pervenuta dalla redazione della rivista «Psicomotricità». Anche se il compito mi è sembrato di primo acchito molto chiaro e semplice, ora che mi accingo a eseguirlo mi trovo in difficoltà. Rileggo le belle parole a nome dell’ANUPI e quelle personali e commoventi di Eugenio Ghillani stese a ridosso della scomparsa del grande Maestro e mi sento invasa da una grande nostalgia, che si intreccia alla tristezza. Ritorno con il pensiero, infatti, a quei tempi pionieristici in cui tutti noi ci siamo battuti per il riconoscimento di questa disciplina non ancora affermata e per l’accettazione a livello giuridico della professione di psicomotricista.

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