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Editoriale

Born to be wired
Il corpo alla base della natura intersoggettiva dell’essere umano
di Livio Provenzi

 

Sommario
Con parole chiare l’articolo affronta e introduce il complesso argomento dell’origine delle predisposizioni umane alla comunicazione, all’empatia e alla relazione. Alle ricerche passate oggi si affiancano dati che confermano la partecipazione attiva del feto ai mutamenti nella biochimica materna, che predispongono la donna all’accudimento e alla comunicazione con il futuro neonato. Alcuni esempi, inerenti l’allattamento e il sonno, evidenziano come l’evoluzione sembra avere affinato dispositivi di interazione precoce che hanno profonde basi biologiche e fisiologiche e contribuiscono a suscitare nelle madri la sensibilità e la sintonizzazione necessarie per rispondere ai bisogni del bambino.


 Negli ultimi decenni i risultati dell’Infant Research hanno contribuito a far mutare compleRivista ANUPI 49tamente la nostra idea di bambino e dell’innata natura dell’essere duale. Fin dalla nascita, madre e neonato costituiscono un sistema complesso in interazione, all’interno del quale strutturano specifiche modalità adattive di regolazione emozionale e comportamentale (Tronick, 2008). Ben prima dell’emergere del linguaggio e delle funzioni simboliche, la diade madre-bambino inizia a interagire e a co-costruire significati tramite la conoscenza relazionale implicita (Lyons-Ruth et al., 1998), un sapere radicato nel comportamento, nel contatto fisico e negli scambi oculari che permettono alla diade di coinvolgersi in proto-dialoghi sociali. 
Tuttavia, se da un lato queste conoscenze sono ormai assodate, recenti scoperte hanno inaugurato una nuova sfida allo studio dello sviluppo precoce. Grazie ai contributi delle ricerche provenienti da discipline diverse come la psicologia dello sviluppo, le neuroscienze sociali e la biologia evolutiva, si sta iniziando a comprendere come la connessione madre-bambino si alimenti attraverso precoci comunicazioni biologiche che fanno da sfondo alla natura intrinsecamente duale della relazione primaria (Ham e Tronick, 2009).
Innanzitutto è necessario sottolineare come lo sviluppo dei comportamenti materni nella nostra specie abbia agito, da un punto di vista ontogenetico, come una spinta primaria che ha modellato l’evoluzione del cervello umano (MacLean, 1990; Hrdy, 2000). Nei mammiferi, e nell’uomo in particolare, il nuovo nato presenta un’importante immaturità cerebrale e la sua sopravvivenza dipende fortemente dalla presenza di un ricco repertorio di comportamenti di accudimento plasmati dall’evoluzione (Wittman e Wall, 2007). Di fatto questi comportamenti sono promossi da un insieme di processi biologici e fisiologici che accompagnano la gravidanza e il parto (Larsen e Grattan, 2012). Tali modificazioni esercitano un importante impatto sia sullo sviluppo precoce del bambino sia sul funzionamento materno. Occorre, infatti, precisare che il feto è altamente sensibile alle comunicazioni biologiche materne che avvengono tramite la barriera placentare (Khulan e Drake, 2012; Wadhwa et al., 2011).
Normalmente, durante la gravidanza, il 10-20% del cortisolo materno viene trasmesso dalla madre al feto tramite la placenta, grazie a un enzima posto sulla superficie della placenta, denominato 11-b-HSD2, che inattiva il cortisolo materno, prevenendo effetti negativi sullo sviluppo del sistema neuro-endocrino fetale (Peña, Monk e Champagne, 2012). Tuttavia, un elevato stress materno, come nel caso di prolungati stati di ansia o depressione, durante la gravidanza si associa a ipercortisolemia: in questi casi una concentrazione eccessiva di cortisolo giunge alla barriera placentare e l’enzima 11-b-HSD2 diminuisce la sua funzionalità (Harris e Seckl, 2011; Wyrwoll, Holmes e Seckl, 2011). Il cortisolo in eccesso che raggiunge il compartimento fetale può esercitare effetti neurotossici, conducendo a situazioni di rischio evolutivo come la nascita pretermine e l’alterazione del profilo neurocomportamentale neonatale (Field e Diego, 2008; O’Donnell, O’Connor e Glover, 2009). 
Al tempo stesso, notevoli cambiamenti avvengono anche nel cervello e nella biologia della madre. Il cervello materno viene letteralmente modellato durante la gravidanza e nel post-partum: infatti, sia il cervello infantile che quello della madre vanno incontro a una serie di processi identificati come neuroplasticità materna (Kim et al., 2010). Il volume della sostanza grigia in alcune regioni cerebrali, come la corteccia prefrontale, il lobo parietale e il mesencefalo, aumenta significativamente nelle donne in gravidanza (Oatridge et al., 2002). Si tratta di aree coinvolte nel favorire l’emergere di quell’insieme di comportamenti accuditivi che concorrono a definire la sensibilità materna in risposta ai segnali di disagio del bambino, ad esempio al pianto (Loberbaum et al., 2002). 
Nel post-partum sono state documentate modificazioni neuronali con l’incremento del volume delle spine dendritiche, probabilmente mediate da processi neurochimici e ormonali che hanno luogo durante la gestazione (Kim et al., 2010; Kinsley e Lambert, 2006). Tale neuroplasticità materna, tuttavia, non è il risultato di attività endogene del sistema nervoso della madre ma, al contrario, è stimolata da attività che hanno luogo nella placenta, un organo di origine fetale (Entringer et al., 2010). Per questo motivo è ipotizzabile che, già a livello biologico, siano rintracciabili le caratteristiche di mutualità e circolarità ben note nelle interazioni madre-bambino (Sravish et al., 2013).
Queste e altre ricerche sulle comunicazioni biologiche madre-bambino ci stanno aiutando a comprendere come la matrice intersoggettiva dell’essere umano affondi le proprie radici in periodi molto più precoci dello sviluppo, rispetto a quanto si riteneva in passato. Ma se da un lato il corpo e la nostra biologia forniscono i presupposti per instaurare un’interazione con gli altri, dall’altro le qualità delle interazioni sociali precoci influenzano, a loro volta, lo sviluppo fisiologico del bambino. Il sonno infantile fornisce un chiaro esempio al riguardo. Il sistema ritmico circadiano, che monitora l’orologio biologico delle nostre funzioni fisiologiche, emerge dalla trentesima settimana post-concezionale e si consolida durante l’ultimo trimestre di gravidanza (Mirmiran e Lunshof, 1996). Durante questo periodo, infatti, i movimenti spontanei del feto si organizzano in chiari stati di attività e di sonno. Lo sviluppo di tale ritmicità biologica del feto è modulato dalle influenze ambientali. La ritmicità che contraddistingue le interazioni madre-bambino, ad esempio, è in stretta relazione con lo sviluppo adattivo dell’orologio biologico neonatale (de Graag et al., 2012). Feldman (2006) ha documentato come un’alta sintonizzazione diadica tra madre e bambino a 3 mesi fosse predittiva di un più maturo sviluppo del ritmo sonno-veglia nel bambino. Allo stesso tempo, in situazioni di rischio evolutivo, come nel caso dei nati prematuri, è stata dimostrata l’efficacia di interventi come la marsupio-terapia, in grado di favorire l’emergere di una matura ritmicità circadiana tramite il contatto fisico e l’interazione precoce madre-bambino (Rivkees, 2003).
Un ulteriore esempio emerge dallo studio dei correlati biologici dell’alimentazione infantile. L’allattamento costituisce una delle prime occasioni in cui le ritmicità biologiche del bambino e della madre vengono integrate con le ritmicità sociali dell’interazione tra i due partner. Le capacità visive di un neonato consentono di vedere oggetti disposti a una distanza massima di circa trenta centimetri. Curiosamente, questa è la distanza effettiva che intercorre tra il volto del bambino e quello della madre durante le interazioni di allattamento. Sembrerebbe quindi che l’evoluzione abbia messo a punto un dispositivo di socializzazione precoce che ha profonde basi biologiche e fisiologiche. 
Recentemente è stato mostrato come, tramite l’allattamento al seno, madre e bambino possano giungere a coordinare i propri ritmi biologici e a dormire in modo più regolare durante la notte, con un minor numero di risvegli (Cubero et al., 2005). Una possibile spiegazione di questa sincronizzazione bio-affettiva tra madre e bambino potrebbe risiedere, almeno in parte, a livello biologico: durante le ore notturne nel latte materno è contenuta una maggiore quantità di triptofano, una sorta di sonnifero naturale (Cubero et al., 2005). Ma l’alimentazione rivela anche che le comunicazioni biologiche non procedono solo dalla madre verso il bambino, ma anche viceversa. Durante l’allattamento, le stimolazioni tattili del neonato sul seno della madre sono seguite a brevi intervalli da un aumento dell’ossitocina nel flusso sanguigno materno (Matthiesen et al., 2001). A sua volta un maggiore rilascio di ossitocina da parte della madre contribuisce all’emergere di un comportamento sensibile e attento ai segnali del bambino (Feldman et al., 2012). L’ossitocina, infatti, è un ormone che è stato ampiamente associato alla capacità della madre di adottare, in modo sensibile e sintonizzato sui bisogni del bambino, quel set di comportamenti materni che l’evoluzione ha selezionato e affinato nell’essere umano (Swain et al., 2007). 
In conclusione, è sempre più evidente come gli aspetti biologici e affettivi dello sviluppo infantile siano in realtà organizzati all’interno di una dinamica integrata e complessa, fin dall’inizio della vita (Bradshow e Schore, 2007; Feldman, 2007). Da un lato il nostro corpo ci consente di essere in connessione già dalla nascita, fornendo i precursori per le ben note caratteristiche di mutualità e di ritmicità caratteristiche delle interazioni madre-bambino (Siegel, 2001). Dall’altro, le precoci interazioni sociali con un adulto che si prende cura di noi ci permettono di regolare e di sviluppare in modo adattivo diverse funzioni fisiologiche, come il sonno e l’alimentazione. La vocazione intersoggettiva dell’essere umano ha, quindi, profonde radici biologiche ed evoluzionistiche (Tomasello, 2009), che rilanciano un’affascinante sfida a chi si occupa di sviluppo tipico e a rischio: la sfida di integrare nel nostro lavoro clinico e di ricerca il corpo e la mente, la biologia e il comportamento di un bambino nel suo percorso di sviluppo.

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