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Editoriale

La competenza alla cura nella formazione neuropsicomotoria

Andrea Bonifacio – presidente ANUPI

Ringrazio il nuovo direttore Ferruccio Cartacci e i colleghi redattori per avermi dato la possibilità di aprire questo numero della rivista. Innanzitutto sento la necessità di ringraziare ancora una volta Marina Massenz per il prezioso lavoro svolto nel corso di questi ultimi dodici anni e per il contributo fornito nel rendere questa rivista un luogo di scambio, un crocevia culturale sui temi del corpo, della clinica, della prevenzione, della ricerca in ambito neuro e psicomotorio.
Mi ricollego idealmente al suo editoriale di commiato scritto per il numero di marzo 2014, poiché ritengo che rappresenti una sintesi molto efficace di come si siano sviluppate in costante sinergia le scelte politiche e culturali dell’associazione e le scelte redazionali della rivista per cercare di testimoniare il suo divenire. 
L’apertura al dialogo, coniugata con sempre maggiore attenzione al rigore e alla verifica scientifica degli articoli proposti, mi sembra rappresentare in modo molto efficace l’attuale fase vissuta dalla nostra associazione; anzi, dalle nostre due associazioni: ANUPI e ANUPI Educazione, che da oltre un anno e mezzo rappresentano i professionisti sanitari e quelli dell’ambito educativo che compongono la nostra comunità scientifica e professionale. Una comunità che a oggi sembra avere ben compreso la scelta di differenziare le due professionalità per continuare, invece, a stare uniti sui principi della nostra storia, premiandoci con un’adesione crescente alle nostre iniziative. 
In un periodo in cui non sono semplici lo scambio e l’interazione tra realtà culturali operanti in contesti differenti, la scelta politica in ANUPI è stata quella di identificare e definire sempre meglio le cornici e i contenitori istituzionali, politici e scientifici appartenenti ai diversi contesti di intervento e di ricerca, quello sanitario e quello educativo, senza mai dimenticarne le radici comuni. Radici comuni che si fondano su una filosofia generale di «cura» dell’altro e di noi stessi mentre ce ne occupiamo, che si declina in specifiche competenze e modi di agire tipici dei contesti in cui ognuno di noi si trova a operare. 
È una scelta difficile, non priva di difficoltà e non sempre facile da comprendere dall’esterno, ma di cui siamo orgogliosi e consapevoli, perché mantenere e sostenere le radici comuni tra riabilitazione, terapia, educazione e prevenzione può permettere ancora oggi la costruzione di percorsi di intervento che si arricchiscano degli apporti specifici di ciascuna componente, a patto che si lavori evitando la sovrapposizione, la confusione o l’eccessiva rigidità, che portano inevitabilmente a una riduzione della riflessione scientifica e, di conseguenza, a un impoverimento delle prassi.
Il tema centrale di questo numero della rivista che vi apprestate a leggere, dedicato alla formazione, ci permette di riflettere su queste radici comuni e sui legami, sulle connessioni, sulle potenzialità del confronto tra forme diverse del pensare e dell’agire durante il processo formativo, ognuna delle quali risulta orientata all’utopia integrativa che sta alla base dell’intervento neuropsicomotorio, così come si sta delineando specificamente nel nostro Paese. 
Storicamente molti di noi hanno vissuto, agli albori del processo costitutivo della neuro e psicomotricità italiana — parlo della fine degli anni Settanta —, una fase di vero e proprio «bisogno formativo», inteso anche come esigenza di esplorare a livello soggettivo i limiti e i confini dell’universo corporeo che, in quel periodo storico, era per la prima volta al centro del dibattito culturale e scientifico nel mondo della cura, in riabilitazione, in terapia, in educazione. 
Porre la mediazione corporea al centro delle strategie di apprendimento e di cura, in assenza delle evidenze scientifiche che le neuroscienze hanno potuto dimostrare solo negli ultimi quindici anni — come la scoperta dei neuroni specchio da parte del gruppo di Parma, le ricerche di Damasio sulla coscienza corporea, la teoria di Berthoz sulla percezione-azione —, ha rappresentato una scelta solo apparentemente azzardata. In realtà essa era ancorata a una conoscenza clinica che si fondava, da un lato, sull’esperienza clinica diretta e, dall’altro, sulla progressiva capacità di costruire una teorizzazione della pratica, una modellizzazione dell’intervento ancora oggi utilizzata, affinata e confermata da alcune ricerche in merito all’efficacia dei trattamenti. 
Molti concetti e prospettive attualmente verificati attraverso sofisticate procedure sono stati empiricamente esplorati in quel periodo, a partire da un’estrema attenzione a una formazione che ha avuto radici corporee non solo di tipo performativo o prestazionale ma soprattutto di tipo espressivo, alla ricerca di quei processi di risonanza e di sintonizzazione oggi comunemente accettati come costituenti le basi dell’interazione e della relazione tra essere umani e il fondamento per l’armonia dello sviluppo psichico.
L’embodied cognition, oggi riconosciuta come una delle ipotesi più accreditate sulla modalità di funzionamento del nostro sistema nervoso centrale e sulla modalità implicita di apprendimento e di avvio dei processi di adattamento, è stata sperimentata a livello soggettivo dalle centinaia di professionisti che per decenni hanno «vissuto» in forma diretta il loro processo formativo.
Eppure nel tempo il vigore e l’originalità di questa visione hanno corso il rischio di chiudersi in un circuito autoreferenziale, a sua volta riduttivo, sclerotizzato in rituali e prassi poco inclini a confrontarsi con le ulteriori e inevitabili «rivoluzioni» che, periodicamente, si susseguono nel mondo scientifico. La potremmo definire la fase in cui il processo formativo in ambito psicomotorio si è identificato troppo con alcuni suoi singoli esponenti, fondamentali e a cui saremo sempre riconoscenti, correndo il rischio di autoescludersi dall’evoluzione della ricerca in questo settore.
Il passaggio da un tipo di processo formativo prevalentemente «privato» — associato a forti processi identificativi e di fidelizzazione verso singoli formatori — all’apertura verso altri luoghi formativi, come ad esempio quello universitario, sia in ambito sanitario sia più recentemente in ambito educativo, ci sembra un passaggio importante, anche se ancora in corso, per una laicizzazione progressiva dei contenuti formativi. Tale laicizzazione, scaturita anche dal dibattito interno all’associazione, e dalle inevitabili evoluzioni dello scenario istituzionale italiano, ci sta permettendo di coniugare la conoscenza corporea «in prima persona» con il punto di vista di chi, facendo ricerca seguendo i criteri della riproducibilità e della generalizzazione dell’esperienza, fissa i paletti e i confini dei territori da esplorare.
Attualmente, nel mondo, numerosi gruppi di lavoro nell’ambito delle neuroscienze stanno esplorando setting ed esperienze relazionali molto vicini alla dimensione neuropsicomotoria in formazione corporea e personale, attraverso l’utilizzo di tecniche sempre più sofisticate di visualizzazione delle aree di attivazione neuronale, come nel caso del progetto promosso da Daniel Siegel definito IPNB (tradotto in italiano come Neurobiologia Interpersonale). Questi gruppi di lavoro credono fortemente nell’utilità di integrare riscontri provenienti da metodi di indagine profondamente diversi tra loro, come ad esempio la meditazione e il neuroimaging, al fine di costituire le premesse di una scienza che esplori l’uomo nelle sue componenti psichiche senza scindere i dati soggettivi e oggettivi dell’esperienza. Si tratta di camminare su ponti estremamente leggeri, flessibili, strutture mobili ma ormai estremamente affidabili, per consentire a differenti modalità di conoscenza di dialogare tra loro. 
Nel nostro piccolo cerchiamo di contribuire a questo processo. Dal 6 all’8 aprile 2014 si è tenuto a Milano il convegno internazionale italo-francese «I gesti che curano», organizzato da ANUPI in collaborazione con i Corsi di Laurea in TNPEE della Lombardia. Oltre 900 partecipanti fra relatori, professionisti e studenti, italiani, francesi, belgi e svizzeri si sono confrontati sui temi della cura attraverso il continuo dialogo tra gli apporti teorici prodotti dalla ricerca nelle neuroscienze, le esperienze cliniche, la loro traduzione in interventi efficaci e verificabili.
Le rivoluzioni più recenti, soprattutto in ambito clinico e riabilitativo ma non solo, si sono orientate verso le prove di efficacia dei trattamenti, la cosiddetta Evidence Based Medicine (medicina basata sull’evidenza), cioè verso la necessità di argomentare le proprie azioni, di costruire procedure verificabili e generalizzabili nei contesti di cura e, di conseguenza, nei processi formativi corrispondenti. Apparentemente questo nuovo corso degli eventi sembrava allontanare l’attenzione dal vertice corporeo dell’esperienza formativa e clinica, per favorire modelli e procedure sempre più modulari e parcellizzati. Al contrario, la scommessa della neuro e psicomotricità è stata quella di accettare questa sfida e di non mollare «l’utopia integrativa» di cui parlavo all’inizio di queste brevi note.
È possibile mantenere l’originalità e l’unicità del momento formativo corporeo, senza confonderne modalità, prospettive, procedure?
È possibile mantenere salde le radici e poter fare ricerca sulla formazione personale degli studenti e dei professionisti?
È possibile quantificare e dimostrare in termini scientifici l’efficacia del vettore corporeo nella formazione dei professionisti?
È possibile costruire procedure di autoverifica standardizzate e validate per dare senso al processo formativo in ambito universitario?
Molti degli articoli di questo numero ci offrono importanti spunti di riflessione su queste tematiche, senza facili risposte o soluzioni prêt-à-porter, ma affrontando le questioni con chiarezza espositiva, precisando l’argomento analizzato, portando ipotesi di riflessione e di generalizzazione sulle procedure di valutazione utilizzate nel percorso formativo.
Agire, pensare, analizzare, verificare: la dimensione formativa di chi si occupa di cura a qualsiasi livello non può prescindere dall’integrazione di questi processi e dalla capacità di rendere comunicabili a tutti i risultati di questo sforzo.
Buona lettura!

Edizioni Centro Studi Erickson

 

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