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Editoriale

Professionista, bambino e genitori

a cura della redazione

Uno dei nodi cruciali del nostro lavoro clinico quotidiano è la relazione terapista-genitori-bambino. È un campo ampio e complesso in cui entrano in gioco dinamiche triangolari che richiedono un’attenzione particolare. Il destinatario principale delle nostre cure è il bambino, che ovviamente non pone direttamente la domanda di aiuto ma viene segnalato, portato, accompagnato, spinto, trattenuto dai suoi genitori. Per una buona riuscita della terapia è necessario che tra i diversi attori della cura si instauri un clima di fiducia, di rispetto, di confidenza e di collaborazione.
Come abbiamo già fatto per altri temi, in redazione abbiamo aperto tra di noi una discussione libera, in modo da far emergere riflessioni, dubbi, questioni e poterli poi rilanciare e condividere con i nostri lettori.
Abbiamo individuato tre possibili articolazioni del tema: l’alleanza terapeutica con i genitori, il genitore nella stanza di terapia, la terapia genitore-bambino.

Come costruire un’alleanza terapeutica con i genitori
Questa istanza primaria consiste in un reciproco accordo che si instaura tra paziente e terapeuta riguardo «agli obiettivi del cambiamento terapeutico, ai compiti necessari per raggiungere tali obiettivi, e allo stabilirsi di un legame volto a mantenere una collaborazione attiva tra paziente e terapeuta, basata sulla fiducia e l’accettazione reciproca» (Bordin, 1979, p. 16), e questo in tutte le fasi della presa in carico e della terapia: il contratto, l’osservazione, il colloquio di restituzione, le verifiche in itinere, ecc.
L’alleanza è un concetto dinamico che presuppone un costante lavoro e che impone un grande sforzo sia da parte del terapeuta, che deve promuoverla al meglio, sia da parte dei bambini e dei genitori, che devono riconoscerne la sostenibilità; è un cercare di porsi in modo flessibile, in un adattamento costante e positivamente evolutivo, e può sussistere solo nell’interazione positiva tra le diverse parti coinvolte.
Purtroppo rileviamo spesso nella presa in carico gravi carenze di sensibilità nei confronti dei bambini, quando il trattamento clinico è impostato in forma di programma prefabbricato che non lascia spazio all’improvvisazione dialogica e alla co-costruzione.
Oppure notiamo drammatiche assenze di scambio e condivisione d’intenti tra terapisti e genitori, dove questi ultimi restano all’oscuro di ciò che si svolge «in quella stanza» e degli obiettivi dell’azione clinica. In altre situazioni alcuni operatori riducono il concetto di alleanza alla sola condivisione del programma terapeutico, non tenendo conto del fatto che, in realtà, il suo fondamento sta nella relazione che si instaura con genitori e bambini: sono operatori a cui manca la consapevolezza che tale alleanza è frutto di un continuo processo negoziale. Possiamo quindi immaginare quanto sia indispensabile effettuare un’attenta analisi della richiesta dei genitori decodificandone i lati nascosti.
La forma improvvisata dello scambio intessuto tra noi redattori sull’argomento ha fatto sì che partissimo da un tema apparentemente di superficie, che però ci ha aperto la via a una riflessione e a un ascolto più profondi.
Alcuni genitori, che hanno in comune la necessità di affrontare situazioni molto critiche, concretamente impegnative e intimamente dolorose a causa di patologie gravi dei propri figli, richiedono fin dal primo colloquio e alle volte fin dal primo contatto telefonico di entrare immediatamente in una sfera confidenziale dando del tu a noi terapisti, quasi nell’illusione di creare un’alleanza immediata, che risulti forte quanto un’amicizia. La questione per noi non è tanto se dare del tu ai genitori sia un bene o un male, ma come rispondere al tu del genitore. Una possibilità è accettare subito la richiesta, con naturalezza e con un sì immediato; un’altra possibilità è un educato ma fermo diniego, che restituisca a ciascuno il proprio ruolo e la propria funzione nel setting; una terza è rinviare questa forma confidenziale a tempi più maturi; un’altra ancora è rispettare e accettare questo bisogno del tu continuando a dare del lei al genitore. E così via, con tutte le sfumature possibili.
Una domanda che ci siamo posti è se ci sia una relazione con la gravità del bambino o se centri l’età del bambino con la consuetudine a darsi del tu tra genitori e educatrici della prima infanzia.
Senza ignorare la complessità che origina e che deriva da una richiesta di per sé semplice come diamoci del tu, ci si può domandare, parafrasando uno dei giochi più antichi dell’enigmistica: qual è l’oggetto nascosto? Che cosa ci sta sotto? La richiesta implicita, durante il primo contatto, è forse quella di affidarsi per cambiare una situazione critica, nell’ambito sanitario come in quello educativo, che i genitori sentono di non poter sostenere nell’immediato o nel prossimo futuro.
Questo ci porta all’ambito più ampio della cura e della cultura sottostante. I genitori si rivolgono a noi perché qualcuno ci ha indicato come «esperti» che possono aiutarli a risolvere un problema (e lo stesso facciamo anche noi quando approdiamo sull’altra riva del fiume, e siamo noi i pazienti): il mio bambino (o il mio organo) è «rotto», tu sei il sapiente, me lo «aggiusti»? Mi fido di te, fai tu. Dall’accettare questa impostazione sappiamo che possono derivare malintesi, che producono fragili e scarsamente efficaci percorsi di cura: innanzitutto si de-responsabilizzano i genitori, la loro alleanza si riduce a ci dica cosa dobbiamo fare e noi lo facciamo. Se poi le cose vanno bene, siamo noi a essere stati bravi; se invece non funzionano, ancora una volta loro non c’entrano e siamo i responsabili del fallimento. Questo modello non si può definire un’alleanza terapeutica, per quanto sia presente una certa quantità di compliance  di base.
Sebbene a noi appaia sempre evidente quanto siano importanti e implicati i rapporti familiari nel disagio del bambino, vi è una difficoltà oggettiva a coinvolgere i genitori in un processo di cambiamento.
In molti centri privati di psicomotricità di piccola e media grandezza tale difficoltà può risultare accentuata rispetto al servizio pubblico, in quanto spesso non sono disponibili équipe multidisciplinari e gli operatori assumono sulla propria persona l’intero peso della presa in carico. Quest’ultima nel servizio pubblico, invece, è condivisa (salvo malfunzionamenti purtroppo diffusi) da figure professionali differenti e la responsabilità viene distribuita tra loro.

Il genitore nella stanza di terapia
Rispetto al genitore nella stanza di terapia ci viene in mente il caso di genitori e bambini di nazionalità e culture diverse. A volte i genitori si fanno accompagnare da un mediatore culturale o da un proprio figlio in qualità di traduttore. Ma spesso non solo parliamo lingue differenti, talvolta non comprensibili vicendevolmente, bensì attribuiamo anche sia alle parole sia ai gesti significati differenti. Risulta allora importante per molti genitori essere nella stanza «insieme», e sappiamo che condividere il lavoro è un modo efficace per instaurare una relazione di fiducia.
Il caso più frequente in cui, per nostra scelta o in seguito a una specifica richiesta, accogliamo bambino e genitore nella sala è quello dei più piccoli, ancora aggrappati alla figura materna, oppure di quelli anche più grandi ma che, a causa della loro adesività, non riescono a distanziarsi dalle ginocchia della madre. Diventa allora necessario intraprendere un lavoro di accoglienza e stimolo affinché, lentamente, il bambino riesca ad avviare un processo di separazione e a esprimersi gradualmente in autonomia.
Durante la nostra discussione sono emersi anche esempi in cui la presenza del genitore nella stanza è necessaria e «imposta» dal quadro clinico del bambino. Vi sono poi situazioni in cui è il genitore che non riesce a «lasciare» che il bambino si distacchi da lui, oppure ogni tanto sente il bisogno di irrompere nella stanza per «controllare» ciò che sta succedendo: in tutti questi casi inevitabilmente entrano in gioco elementi transferali e controtransferali, impliciti ed espliciti, che debbono essere affrontati in modo corretto.

La terapia genitore-bambino
Per alcune patologie e/o per specifiche situazioni è possibile che il progetto terapeutico preveda una terapia congiunta genitore-bambino: in questo caso il paziente è rappresentato dalla «coppia».
A tale proposito ricordiamo un articolo di Ferruccio Cartacci (pubblicato sul n. 27 della rivista nel giugno 2006), in cui si presenta un modello di intervento clinico «genitore-bambino» in un contesto psicomotorio.
In estrema sintesi, all’interno di un setting psicomotorio adeguato all’età del bambino, il terapista sostiene e facilita un processo di interazione sensibile tra gli attori presenti (il Bambino, il Genitore e lo stesso Terapista), permettendo l’alternanza di scambi a due (B-G, B-T, T-G) e attivazioni contemporanee della triade (B-G-T). Il cambiamento atteso non è affidato né a indicazioni verbali o giudizi o interpretazioni del terapista, né al terapista con un ruolo attivo prevalente, ma alla conduzione indiretta di un attento processo di sintonizzazione a tre, centrata sull’interazione corporea e sul gioco.
In tutti i casi, a prescindere dal modello, a una terapia «attiva» genitore-bambino vanno affiancati momenti di riflessione, in cui viene coinvolto l’altro genitore e il cui criterio prevalente è quello di mettere a fuoco le diverse forme di interazione con il bambino, valutare le più efficaci, gestire le emergenze emozionali connesse e sviluppare consapevolezza.

L’alleanza educativa in psicomotricità
Al termine del nostro dibattito che riguardava l’area clinica, abbiamo aperto una finestra di dialogo sui temi dell’alleanza educativa negli interventi di psicomotricità. Abbiamo cercato di tracciare delle coordinate rispetto al concetto di costruzione dell’alleanza, dal momento che gli obiettivi e i contenuti possono essere assimilati a quelli del campo clinico, ma mutano il contesto di riferimento, la professionalità delle figure coinvolte e, soprattutto, il tipo di contratto e la posizione dei genitori in un progetto educativo.
Senza entrare nel dettaglio delle varianti dell’intervento psicomotorio educativo (questo ci porterebbe ad analizzare situazioni diverse per fasce d’età, per tipologia dei gruppi, per durata del progetto, per caratteristiche del coinvolgimento delle educatrici o delle insegnanti e dei genitori), ci soffermeremo su due tipologie di collaborazione psicomotricista-scuola-genitori.
Una, più diffusa e consolidata, per diverse fasce d’età, prevede la presenza dell’insegnante all’interno di sedute condotte dallo psicomotricista, scambi periodici di riflessione fra insegnante e psicomotricista sui bambini e incontri informativi (uno iniziale e l’altro finale) rivolti ai genitori sulle caratteristiche dell’attività.
La seconda, che si è affermata negli ultimi anni, prevalentemente per la fascia 0-3, prevede invece una presenza attiva dei genitori all’interno della seduta, una chiara definizione dei ruoli e delle funzioni svolte da ciascuno degli attori, una condivisione degli obiettivi dell’intervento e un confronto approfondito dei genitori fra loro e con la psicomotricista sulle tematiche emerse durante l’attività che hanno particolarmente impegnato i genitori.
Nelle due tipologie prospettate la variabile significativa è rappresentata dagli adulti che si trovano nella sala insieme all’operatore; ciò determina variazioni non tanto nel concetto di alleanza e nei suoi obiettivi, quanto nelle strategie, nelle modalità, negli orientamenti, nei contenuti indirizzati a destinatari così diversi e implicati ambedue in un impegno educativo rivolto al medesimo bambino.
Il caso dell’alleanza dell’insegnante con altri professionisti comporta un riconoscimento reciproco delle competenze. Se questo avviene, diventa possibile instaurare uno scambio su base paritetica con l’obiettivo di potenziare le abilità e le strategie educative rispetto ai momenti critici o ai comportamenti difficili.
Quando si tratta di rapporti tra i genitori e lo specialista, quest’ultimo viene però spesso vissuto come «colui che sa» e dal quale si dipende. Occorre, in questo caso, trovare un terreno comune di confronto, favorendo innanzitutto il dialogo circolare fra genitori, piuttosto che fra psicomotricista e genitore.
Si tratta a volte di insegnare le strategie che possono aggirare le problematiche del momento, oppure di chiarire ai genitori che anche gli specialisti, di fronte a comportamenti imprevedibili o non decifrabili dei bambini, possono provare i sentimenti che tutti sperimentano nei momenti di crisi, e possono pertanto condividere con i genitori le loro difficoltà e fragilità, mostrando che è possibile gestirle e trasformarle in risorse.

Gli articoli di questo numero
Per meglio orientare la lettura, presentiamo ora brevemente gli articoli pubblicati su questo numero, con i quali vorremmo sottolineare ciò che per noi è fondamentale: nelle relazioni d’aiuto che ci occupano quotidianamente, bambini, genitori e professionisti sono complementari e tra di essi è indispensabile tessere alleanze fondate su solidi principi, mettendo in atto una cura che responsabilizzi tutti gli attori in scena.
Sezione approfondimenti
L’intervista a Massimo Ammaniti ci offre uno sfondo teorico di grande respiro sul tema della matrice intersoggettiva come paradigma clinico, efficace nel sostenere i diversi contributi al tema di questo numero della rivista. La matrice intersoggettiva che prende forma nel periodo perinatale desta l’interesse di noi operatori in campo infantile non solo come assunto teorico, ma anche come paradigma e ancoraggio epistemologico del nostro agire clinico. L’invito è a porre maggiore attenzione ai fattori epigenetici, cioè quelli che si «compongono» nel periodo che va dalla gravidanza ai primi accudimenti del neonato. Il dialogo con Ammaniti tocca anche sensibili temi clinici come il peso da dare a interazione e interpretazione nelle terapie.
Riziero Zucchi ci offre il suo contributo su famiglia e professionisti della relazione d’aiuto. Da molti anni Zucchi, insieme ai suoi collaboratori, diffonde in Piemonte, in Italia e all’estero la Metodologia Pedagogia dei Genitori, che ha come assi portanti l’alleanza tra genitori e professionisti (ponendoli allo stesso livello di dignità, rispettando le diverse competenze, nella cura dei bambini) e la costituzione di un patto educativo terapeutico. Sentiamo questo argomento fondamentale nelle relazioni di cura (intesa come care e non solo come cure), poiché ci può aiutare a riconoscere gli aspetti comuni alla terapia e all’educazione.
Sezione terapia
Myriam Bianchi, neuropsicomotricista di Verona, ci porta nel vivo di un innovativo contesto laboratoriale mamma-bambina che accompagna la terapia individuale con la minore. Il caso è quello di un attaccamento caratterizzato da forte controllo reciproco.
In questa sezione pubblichiamo anche un articolo che non approfondisce il tema di questo numero. Si tratta di un secondo contributo, a breve distanza di tempo, di Flavia Righi, psicologa, e Francesca Zordan, TNPEE, sulla conduzione di gruppi di terapia psicomotoria. Questo articolo completa il primo (pubblicato nel numero 50 della rivista), più di carattere teorico, mettendo qui a fuoco specifiche metodologie e accurati resoconti clinici.
Spazio aperto
Nell’articolo di Tiziana Brizzi ed Emily Raffaele è possibile trovare una dettagliata esperienza sviluppata nella direzione della collaborazione stretta tra educatrici e genitori: lo spazio-gioco per bambini e genitori. Dal racconto emergono spunti interessanti e anche analogie con ciò che accade nella gestione clinica delle criticità.
A Maria Luisa Gava, psicomotricista e psicologa, abbiamo chiesto di raccontarci, anche con esempi tratti dalla sua trentennale esperienza, come l’alleanza da lei praticata in ambito riabilitativo abbia luogo, e come i genitori partecipino attivamente alla cura del figlio, attuando in casa strategie comunicative concordate e coerenti con gli interventi terapeutici.

Edizioni Centro Studi Erickson

 

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